Vite appese.

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Ieri sono andata in tintoria. Ci vado raramente, giusto ai cambi di stagione e sempre nella stessa da anni. E’ piccola, a conduzione familiare e abbastanza comoda. Ha un bancone sempre uguale a se stesso: il barattolo per raccogliere offerte per il canile di Collegno e una bellissima cassa d’epoca con apertura a manovella. Quei pochi particolari l’hanno resa da sempre un luogo familiare.

E’ cosi la tintoria di Corso Francia, immutata nel tempo, negli arredi, nelle grucce, nell’odore del lavaggio a secco. Ci vado perché mi ricorda mio papà. Perché il proprietario mi conosce da quando ero bambina, e si ricorda di quando andavo a portare non solo più le mie giacche, ma anche quelle di Domenico, in fondo è come se avesse seguito in questi anni il filo della mia vita dipanarsi attraverso vestiti, cappotti e camicette di seta.

Ed è lui che si accorse che da troppo tempo mio papà mancava all’appuntamento di portare i nostri abiti a lavare. Me lo ricordo come fosse ieri quel giorno di settembre in cui mi ha chiesto come stesse e io dovetti dirgli che non c’era più, soffocando quel nodo in gola. Ero in attesa di quella sua domanda eppure non seppi trovare le parole giuste, non ci sono le parole giuste. Lui mi raccontò che quell’estate aveva perso suo figlio. E io non fui capace di chiedergli nulla, solo di dirgli che mi spiaceva tanto, che non dovrebbero succedere certe cose. Entrambi rimanemmo in silenzio a guardarci. La sua perdita mi sembrò molto più dolorosa della mia, come se ci fosse una graduatoria della sofferenza e lo guardai per scrutare la sua forza, per capire come potesse in fondo essere lì, al suo posto di lavoro, come se nulla fosse di fatto accaduto. Mi ritornano spesso in mente le sue parole, cristalline, pacate “Anche se non si ha più voglia, la vita va avanti”.

Da quel giorno, quando vado in tintoria è come se entrassi in un luogo di ricordi, dove osservo come la vita possa essere andata avanti, nonostante tutto. Lui è sempre al suo posto, mediamente sorridente al bancone, ma sua moglie no, per sua moglie non credo che la vita abbia riservato qualcosa degno di essere vissuto. Si aggira sempre tra macchinari e sacchi di abiti con lo sguardo appannato, ha occhi azzurro chiari, ma non c’è luce, sono lontani, persi, perennemente acquosi. Non l’ho più sentita parlare con i clienti, sta in seconda linea, sullo sfondo e si muove attraverso movimenti lenti e ripetitivi, come se stesse cercando qualcosa che ha perso, come se non si ricordasse mai quello che ha fatto l’attimo prima.  Lui pare proteggerla offrendosi sempre generosamente alla clientela, trovando la parola giusta, la battuta all’occorrenza, chiedendomi come mai non è venuto mio marito, che si sa che gli addetti alla tintoria nella nostra famiglia sono preferibilmente maschi.

L’estate scorsa lo vidi in Piazza San Carlo. Era con una donna, vestiti eleganti, seduti a un tavolino del Caffè San Carlo ognuno assorto nel suo viaggio. Parevano due solitudini vicine, due vite incrociatesi per caso, lì a quell’appuntamento serale. Lui pareva unicamente rapito dalle Quattro Stagioni di Vivaldi, nei suoi occhi c’era una luce tenue, un anelito di pace, aveva uno sguardo limpido, pulito.

Mi fermai a spiarlo da lontano. Stava vivendo nonostante tutto, anche al di fuori della sua tintoria, al di fuori di uno spazio conosciuto e confortevole. E pensai che in un attimo, nel giro di un’estate, ma forse anche meno puoi diventare un padre senza un figlio, una figlia senza padre, un signore elegante che si perde nelle note di una sonata, una madre che non trova sollievo in nessun luogo, un ragazzino di 14 anni incredulo di fronte a un corpo che si accartoccia. Che i frammenti di vita si trovano anche nelle vite appese, che gli sguardi apparentemente docili e sereni coprono vuoti indicibili, che i silenzi di parole che non si trovano sono quelli che si ricordano per sempre.

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13 thoughts on “Vite appese.

  1. Un tuffo negli abissi della psiche umana… ed è subito dolore.

    Un mio grande professore di psicologia diceva che tutti noi disponiamo di un kit di resilienza dentro di noi, per quanto resti difficile pensarlo. Anche se non sempre all’occorrenza è pronto. A volte c’è bisogno di tempo per recuperarlo, ed occorre lavorarci, organizzarlo in tempi sereni.
    È un percorso che porta a un insieme di risorse personali e sociali, di comportamenti e pensieri che hanno carattere personale, perché ognuno individua le proprie strategie per fronteggiare le avversità. Per poi “ricentrarsi”, ri-focalizzando le energie su nuovi percorsi, obiettivi, intenti. La capacità di recupero in questo senso è ordinaria, non straordinaria. Ce lo dice la ricerca. Non vuol dire non provare dolore, difficoltà, smarrimento di fronte a traumi, tragedie, minacce o perdite. E nemmeno sentirsi invincibili. Essere resilienti non è resistere a tutti i costi ma sapersi piegare al dolore quando necessario per poi rialzarsi. Come le costruzioni che affrontano un terremoto: quelle più “elastiche” reggono meglio le scosse, le rigide invece crollano.

    In realtà non siamo mai pronti alle avversità ma predisposti ad un processo di elaborazione e adattamento per “rimbalzare” da esperienze difficili e dolorose. Coloro che sopravvivono alle tragedie non sono supereroi, lottano con le stesse domande che ci facciamo tutti. Nessun trauma è positivo, non c’è niente di intrinsecamente “buono” nei disastri, nelle violenze, nella malattia. Ma è possibile riemergere cambiati. Siamo tutti dei sopravvissuti in questo senso. Abbiamo affrontato le difficoltà, anche se non tutto è superato e qualcosa pesa ancora sul cuore. 

    È sempre così arricchente leggerti 🙏🏻.

    Un abbraccio e buon inizio settimana 😘

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    1. Ma grazie Nadine, in realtà è stato molto più arricchente e interessante leggere quello che mi hai scritto. Abbiamo risorse incredibili e guardarle negli altri ci rende ancora più consapevoli. Buona settimana a te 🙂 un saluto caro!!!

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    1. Oh prego! Non so se avesse un gran senso quello che ho scritto, ma è un pensiero che è rimasto presente nel week end e mi piaceva fissarlo. Buona giornata!

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  2. Io avevo una collega (che poi ha cambiato azienda) la quale aveva avuto la sventura di perdere una figlia teen-ager sofferente di cuore.
    A dire il vero lei, la collega, non ha mai fatto trasparire dolore o malinconia, pur sapendo quanto lei dentro soffrisse.
    Io non ne sarei capace.

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    1. Mi colpisce sempre come ognuno di noi manifesti o meno le proprie sofferenze interiori…e poi ci sono persone che in un certo senso entrano a far parte della nostra vita seppur indirettamente. E’ il caso del proprietario della tintoria, ogni volta che lo vedo penso al suo mondo … Ciao Andrea, grazie per essere passato di qui 🙂 e buona giornata!!!

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