Dov’è Agatha?

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Campo lungo. Il locale in penombra, un po’ di luce oltrepassa le persiane socchiuse sulle quali batte una pioggia docilmente insistente. A un tavolo piuttosto defilato sta seduta una donna, su una sedia di legno, una di quelle donne che hanno attraversato il mare e che ne ha vissute di maree dell’esistenza, ne porta qualche segno, ma non si è mai arresa alle correnti. Una sedia. E quella donna.

Campo medio. I capelli sono lisci, lunghi e mori, le labbra socchiuse, le mani appoggiate al tavolo e racchiuse come in preghiera. Gli occhi fermi e attenti, obbligati verso un punto indefinito, a nascondere una certa inquietudine. E’ una figura elegante e snella. Dolce.

Piano americano. La bocca accenna un sorriso e quasi si dischiude. Si potrebbe pensare al preludio di un accenno di parola. Forse di una frase. O di una vice da intera. 

Piano medio. La donna sembra assorta in un pensiero lungo che ripercorre la sua vita. La chiamano Agatha da quando è piccolina, anche se quello è un nome adulto e importante. Era una bambina docile e allegra, con un sorriso sempre in bella mostra e magari qualche ombra in sottofondo. Cresce, diventa una ragazza desiderabile e vitale, aperta alle esperienze e alla scoperta. Inizia a frequentare un corso di teatro, e capisce da subito che quell’arte non sarebbe stata forse il suo sostentamento, ma la sua linfa vitale. E così studia di giorno per diventare insegnante e di sera va in quel teatro a provare, a mettere in scena pieces, ad ispirarsi al suo maestro.

Lui è francese, bello, pieno di energia e immaginazione. Si innamorano, si amano perdutamente. Agatha sa che non sarà destino, che ci sono uomini fatti per restare e uomini dai contorni indefiniti e inafferrabili. Pierre la incanta, le dice che alla fine ce la faranno, ma in fondo sa che non può fermarsi. La sua vita è movimento, è improvvisazione continua. Le dice che la verrà a cercare, che tornerà, si perde tra promesse e dichiarazioni, ma alla fine parte. E lei rimane, con un figlio in dono, traccia indelebile di quel fuoco appassionato.

Le donne come Agatha non si danno mai per vinte. Vivono minuto per minuto, respiro per respiro, adeguandosi alla scena del momento. Si ritrovano a parlare di felicità senza confini mentre sentono i morsi della paura. Quelle come lei hanno due cuori. Uno grande, da mandare allo sbaraglio, a prendere di petto le tempeste. Quello da confondere fra abbracci e dolori, fra incantesimi e graffi sulla pelle. Il cuore che sfida la sorte senza aver paura, l’esploratore di orizzonti lontani, il nuotatore che si getta negli abissi della vita.

Poi l’altro, il secondo cuore, quello solido e controllato, dalle pareti ben definite, contenuto nello spazio e nelle emozioni, quello indifeso e trasparente, la stanza esposta a nord in cui tenere le cose da salvare, quello che allontana lo sguardo dalle correnti che si è lasciata alle spalle quell’uomo che faceva richieste fuggevoli ed evanescenti, il cuore che si alimenta dell’amore lieve e duraturo, come quello di un figlio.

Oggi Agatha è una donna forte, continua a sorridere anche se dentro nasconde pensieri e rimpianti.

Esterno. Non piove più, soffia un vento leggero che ha spazzato via le nubi. Il cielo da grigio tenue si è diluito in pennellate delicatamente rosate che anticipano una sera pronta a volgere nel buio. L’aria è fredda, pungente. Qualche timida stella fa capolino e punteggia un cielo carico di promesse.

Primo piano. Le labbra tornano a saldarsi insieme, come alla fine di un sospiro, alla fine di un quel ricordo lungo. Agatha aspetta suo figlio, come ogni giovedì seduta in quel piccolo bar del centro divenuto ormai familiare. E mentre lo aspetta sorseggia il suo the bollente e corregge i compiti dei suoi ragazzi. La sua vita in fondo è racchiusa tutta lì, ma non stringe, non tira, non tiranneggia. Tra libri, attese, lezioni, studio, sentimenti morbidi.

Dettaglio. Concentrata al tavolo, il capo chino sui compiti dei suoi alunni, alza lo sguardo, i suoi occhi sono luminosi e felici, sorridono a chi è appena entrato e si dirige verso di lei. E finalmente sente di avere un cuore. Uno solo, che batte affamato. E finalmente lo lascia correre, incontrollato.

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