C’è chi sa prendersi cura delle persone, raccontando storie.

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Amo le storie che raccontano di madri e figlie. Le storie capaci di entrare in quella relazione misteriosa e imperscrutabile. E per questa ragione, almeno lo credevo, ho amato “Mi chiamo Lucy Barton” di Elisabeth Strout.

Ne ho probabilmente colto solo la superficie. La bellezza di un romanzo che svela un rapporto fatto di ombre e luci, la bravura di una scrittrice che riesce a partire da una situazione contingente, precisa, da un unico luogo, una stanza d’ospedale, e da lì fa muovere il lettore tra passato e presente attraverso un flusso di parole. Cinque giorni e cinque notti di parole, un dialogo ininterrotto tra madre e figlia che fa affiorare indigenze, incomprensioni, ricordi lievi, il non detto di un rapporto struggente e difficile. Una madre e una figlia che ricordano di amarsi.

Poi ho finalmente letto “Tutto è possibile”. E’ successo questa settimana. Non accadeva da tempo che un libro mi attraversasse e mi facesse sentire in trazione emotiva, per una settimana, ogni giorno. Non in questo modo, non con questa potenza. Mi sono interrogata quasi in modo ossessivo su dove risieda la forza di questa autrice, come riesca a risultare così seducente e magnetica nella caratterizzazione delle sue storie. Nella sua scrittura limpida, certo, che offre una lezione magistrale, ma non solo. E’ nella cura e nella precisione con cui maneggia storie di vita. Nell’interesse che dimostra per i suoi personaggi, nell’equilibrio e nello sguardo equidistante con il quale ce li presenta. E’ nella capacità di registrare in modo chirurgico una quotidianità fatta di pensieri, sentimenti, solitudini, riavvicinamenti, miserie comuni, in cui ognuno riesce a riconoscersi. E’ nell’agilità magistrale con cui parte da storie minute, vicende personali, per poi elevarsi a una vista collettiva, capace di restituire il vissuto intero di un paese della provincia americana dell’Illinois.

«Nulla mi ha mai interessata come la vita delle persone» dice la Strout in un’intervista. E in “Tutto è possibile” questo suo interessamento è palpabile, contagioso, tanto che non è possibile staccarsi dalle vite che tratteggia. I personaggi si fanno persone con le quali vivi giorni in apnea, li porti dentro di te, fagocitano pensieri, meritano e richiamano attenzione.

Ho portato dentro di me Mary e Linda. Mary che, dopo aver cresciuto le figlie, essere venuta a conoscenza dell’infedeltà del marito e averne curato la malattia, parte per l’Italia ormai vecchia e si concede una nuova possibilità, l’amore con Paolo, in un paesino sulla riviera ligure. Mary in quanto pioniera, donna generosa e coraggiosa. Angelina che sa che sarebbe rimasta per sempre figlia, che riconosce quell’attaccamento morboso alla madre, motivo della sua crisi matrimoniale. Angelina che solo riconciliandosi con sua madre, è come se si riconciliasse con la sua stessa vita.

E ancora Patty Nicely, bimba graziosa, ora divenuta una vecchia e grassa vedova, ancora tormentata dalla vergogna di un passato scandalo familiare. Dottie, amabile proprietaria di un B&B, che sa cogliere qualcosa delle persone al primo sguardo, Dottie che nel suo mestiere vive esperienze limpide e memorabili e altre spiacevoli e amare. Pete, fratello di Lucy, bambino di mezz’età, uomo bambino, prigioniero e custode della casa di famiglia, intrappolato in una vita che guarda all’indietro. E Vicky, sorella di Pete e Lucy, spietata, incattivita da una vita ingenerosa, umanissima rappresentazione di come la sofferenza possa inaridire.

Non è la nostra storia, eppure ognuna delle storie di quel microcosmo risuona di un sentimento universale che conosciamo, che abbiamo vissuto direttamente o marginalmente come madri, figli, fratelli, amici. C’è una materia che appartiene alle storie di tutti: gli amori, i segreti, i dolori, gli sbagli, i contrasti e gli abbandoni, il perdono e di nuovo l’amore, la voglia e la possibilità di riscatto. Questi personaggi parlano di noi, lo sentiamo, l’ho sentito. Per questo oggi, quando ho terminato il libro, ho pensato che li ricorderò per sempre.

“E per un istante Annie rifletté su questo: che suo fratello e sua sorella, brave persone, serie, perbene, equilibrate, non avevano mai conosciuto la passione che porta un uomo a rischiare tutto quello che ha, a mettere a repentaglio ciò che gli è più caro, semplicemente per essere vicino al bagliore accecante del sole che per quell’istante sembra capace di lasciarsi la terra alle spalle”

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8 thoughts on “C’è chi sa prendersi cura delle persone, raccontando storie.

  1. “Mi chiamo Lucy Burton” l’ho letto anch’io. Appena finito non mi aveva entusiasmato, una scrittura troppo “scarna” per i miei gusti. Invece con il tempo ho realizzato che penso spesso a quel libro, all’abilità della Strout di socchiudere una porta e di farci vedere degli scorci talmente significativi della vita dei suoi personaggi da farceli imprimere per sempre nella memoria.
    A questo punto mi sa che “tutto è possibile” sarà per me inevitabile, grazie anche alla tua ottima recensione.
    un caro saluto

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    1. Ciao Alessandra! Guarda io credo che siano libri da leggere e rileggere, proprio per entrare in quei meccanismi narrativi, per godere di quei cieli, per lasciarsi contaminare da quelle storie. Mi è piaciuto da subito Lucy Barton, ma ancora di più dopo aver letto Tutto è possibile, la storia di quelle due donne si allarga e diventa la storia di una famiglia e poi ancora di un intero paesino, è incredibile come la Strout riesca ad allargare così abilmente il campo e introdurre via via nuovi personaggi! Leggilo, poche volte mi sento di consigliare così un libro, un abbraccio grande

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  2. hai ragione, Marghe, è un libro preziosissimo, una specie di libro-guida (non l’ho mai fatto, ma sto rileggendo dei capitoli, prima di mettermi a fare quellochetusai ed è un rito propiziatorio meraviglioso!)

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    1. E’ così, credo sia proprio un libro-guida, fai benissimo a rileggere i capitoli…io sono certa che lo rileggerò! Alcune scene sono piccoli quadri memorabili, in assoluto Missisipi Mary rimane il mio capitolo preferito. Mi è sembrato di sentire il profumo del mare, di vivere in quella casa, di vedere Mary mentre si concedeva la sua quotidiana nuotata, meraviglia!

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    1. Ciao Guido caro!!! Comprato questa settimana, credo che non resisterò a lungo e appena riesco sarà la prossima lettura. Il fatto che tu l’abbia apprezzato mi conferma ulteriormente che sia una bella e buona lettura! un abbraccio e buona domenica sera (che ha sempre un sapore un po’ amarognolo ;-))

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