Una finestra nuova.

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Sto facendo pace con le distanze. Spanna più, spanna meno vorrei finalmente capire quali sono quelle giuste. Essere equidistanti, mi sa, che deriva dalla capacità di mettersi nel giusto punto d’osservazione, affacciarsi da un’altra finestra così da avere una vista d’insieme, non perdersi nell’eccesso di particolari, saper distinguere i primi piani, le figure intere, fino a individuarne il colore degli occhi. E anche dell’anima.

Non è così distante quel tempo in cui mi facevano sentire indispensabile a tratti invincibile, eppure a pensarci bene sembra lontanissimo, fa parte di ricordi sfocati, di estati infuocate come questa, di momenti in cui la temperatura del cuore era alterata dalla mancanza di sonno, dalle troppe emozioni, dalla vertigine del nuovo, dalla sensazione costante di essere inadeguata e troppo giovane. Forse lì, non esisteva distanza. Vivevo attaccata ai miei figli, per bisogno o necessità, sognavo di prendere fiato per poi riaffogare in apnea in quel susseguirsi di giorni tutti uguali, ritmati da un alternarsi regolare e rassicurante. Essere equidistanti era impossibile e probabilmente insensato.

Non era poi così distante la tratta Torino-Modena. Eppure, a guardarlo da dentro, mi è sembrato un tempo così richiedente, così immotivatamente lungo, oggi a rivederlo da fuori è stato sopportabile, un intervallo colmabile da videochiamate, messaggi e tanti pensieri sospesi, una permanenza forzata che ha dato forma alle nostre solitudini, ha restituito il piacere di stare tutti e quattro vicini, anche al mattino, anche nell’unico bagno di casa.

Sembra distante una vita fa, e per fortuna, quel giorno nella sala d’attesa del Sant’Anna. Dovevano restituirci la diagnosi di un bimbo molto biondo e certamente raro, per combinazioni genetiche, ma soprattutto per spirito e inclinazioni. Gli amici seduti accanto a noi, vicini, partecipi in quel silenzio che sembrava frantumare speranze e buone immaginazioni, pronti a raccogliere qualche lacrima, il senso del non farcela, la paura di qualcosa di ignoto. Quella distanza pareva allora indimenticabile, sembrava impossibile arrivare a un tempo, presente, in cui ci saremmo guardati negli occhi confidenti di potercela fare, ognuno con il proprio visus, ognuno con la potenza e acuità che gli era stata donata, ognuno consapevole che anche nel limite si può vivere e non solo convivere.

Oggi, a distanza di due giorni dalla partenza per un viaggio che sarà vacanza, ma soprattutto scoperta, ripenso alla meraviglia dell’andare e del tornare. L’ho vissuta un anno fa in Vietnam, abbiamo la fortuna di riaccenderla ancora. Partire e sapere che possiamo abbattere qualunque distanza. Vivere occasioni, scambiarci mattoncini di parole in lingue straniere, riempierci di sguardi e panorami nuovi. E sentire quell’onda benevola dell’andare e poi tornare. Andare in luoghi remoti, entrare in terre nuove, esplorare confini e spingerci ancora oltre, per poi portarci il bagaglio del ritorno.

Tornano, sono tornati ieri dal loro primo pezzo di vacanza. Mi domandano e mi domando come sia stare senza di loro. Sono stata bene. Nell’assenza li ho guardati e pensati da una giusta distanza. La sensazione è ogni volta di non sapere mettere a fuoco nel modo migliore, di guardare un quadro da troppo vicino. Mi soffermo su ogni particolare e mi perdo lo spettacolo d’insieme. L’ho intravisto ieri quell’incanto di panorama al Santuario di Sant’Anna dove osservavo da lontano un ragazzo che sta battendo la sua strada. Gli abbracci, le risate, gli scambi di numeri di cellulare, la felicità dichiarata con voce rauca ed impressa sui visi. Ho visto qualcosa che va ben oltre quello che vivo e vedo tra le mura di casa, è certo che sia riduttiva la vicinanza casalinga.

Sto facendo pace con le cose che finiscono, l’amore che può finire, il sogno che può infrangersi, la difficoltà di tenere fede a una promessa.  Quando ero più giovane il mio desiderio era una chiusura memorabile, che fosse un incontro casuale, un’avventura estiva, l’amore di gioventù doveva lasciare spazio alla speranza del domani, del poi, della rinascita. Aspettavo il colpo di scena, l’inversione di rotta, l’occasione nuova, quella finestra aperta su una parete rosa. Tifavo incessantemente per gli amanti ritrovati. La cosa che più temevo era che la distanza si facesse vuoto, assenza, che ad un nuovo incontro non ci si riconoscesse più. Oggi, forse, vorrei riempire le buche di quelle assenze che mi hanno fatto soffrire e perdere il fiato e il sonno, che hanno schiacciato l’orgoglio e ammaccato un po’ il cuore, ma quei buchi sono anche aria e spazio concesso e preso. Sono ossigeno, occasioni, esperienze. Girandomi indietro e guardandoli a una certa distanza so che non li volevo, ma è stata una conquista scoprire di averne bisogno, per respirare aria nuova.

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