Cinque anni fa.

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I.

Ho voglia di rivedere Tecla.

Tra le cose che amo ci sono quei rapporti che funzionano come meccanismi che non si inceppano mai, resistenti al tempo, che sanno rassicurare per il consolidarsi di gesti antichi. I nostri appuntamenti sono scanditi. Una volta al mese circa.

– Aperitivo alle 18? – conosco già la risposta

– Ti raggiungo, dammi solo il tempo di arrivare. Art Café? – risponde Tecla, a conferma di quello che mi aspetto

– Perfetto – chiudo la telefonata, pregustandomi il nostro incontro.

L’Art Café è un luogo informale e accogliente. Un locale come tanti, che richiama una clientela di professionisti, architetti, signore più o meno giovani, distrattamente chic, che passano lasciando una scia di profumo ambrata.

Il sole ha cominciato la sua discesa e il cielo pennellato di nubi rossastre pare appeso tra istanti di luce. Lo scuro della sera si avvicina. E’ quel tipico cielo d’inverno che si concede con parsimonia.

– Eccoti, è tanto che mi aspetti? – mi accoglie un po’ trafelata, visibilmente contenta

– Sono appena arrivata – la rassicuro e la bacio

– Infiliamoci dentro, stasera soffia un vento forte – e ci immergiamo in un’atmosfera calda.

La musica è avvolgente, leggermente più alta del solito, eppure amalgama quell’umanità desiderosa di concedersi una pausa infrasettimanale. E’ la particolarità di una città come Torino, sonnacchiosa e severa all’apparenza, dove gli incontri anche casuali sembrano perfettamente organizzati, dove si mescola una quotidianità ordinaria a una voglia di spezzare schemi.

Mi piace soprattutto questo momento di passaggio, a fine giornata, quando gli impegni lavorativi sono finiti e rimangono sul marciapiede solo tracce di passi e attività concluse. Saracinesche che si abbassano, la gente che rincasa, le luci accese nelle case in cui ti chiedi cosa stia succedendo, tetti e comignoli che svettano, la bellezza dei bovindo dei palazzi d’epoca, che sembrano ancora più affascinanti negli interstizi serali.

Ogni volta che incontro Tecla la sensazione è quella di riprendere esattamente dal punto in cui ci siamo lasciate, dal the del pomeriggio in Atelier, al giorno in cui le confessai il mio nuovo amore, nato sulle note di un Sirtaki estivo, alla notte in cui mi confidò che avrebbe voluto partire, per sempre.

Questa sera le racconto di Barcellona, del viaggio che segna la fine di un anno paludoso, lei mi aggiorna sulle sue mostre, mi parla dell’arte che modella la sua vita. Siamo diverse. Lei veste preferibilmente di nero, con abiti larghi e comodi. La distingue un’eleganza innata, sa aggiungere all’occorrenza un tocco rosso che accende la sua sagoma filiforme, asciutta. Io non ho uno stile coerente, ondeggio tra un abbigliamento colorato e innovativo e uno più austero, che a tratti si concede un pizzico di audacia.

Ci sediamo. E’ sempre Tecla a prendere posto, è un suo luogo, si muove con disinvoltura, poi cerca la toilette. Probabilmente si metterà il rossetto, farà una veloce chiamata a casa, tornerà con occhi accesi che dichiarano “Eccomi sono pronta, da dove partiamo?”

Accanto al nostro tavolo siede una ragazza giovane, di una bellezza acerba e sfacciata, coda di cavallo, occhi neri e profondi. Tiene un libro in mano, appoggia il bicchiere di birra, lo apre. Poi si alza, cambia tavolo, sceglie l’angolo più appartato. Non riesco a non guardarla.

– Ti spiace se ci spostiamo dall’altra parte? – intervengo d’improvviso – laggiù mi sembra più tranquillo, riusciamo a parlare meglio

– Te lo volevo proporre io. Quel tavolo in fondo è perfetto – risponde docilmente Tecla   

Asseconda. Non chiede. Ci guardiamo. Non dobbiamo spiegarci nulla e ordiniamo il nostro vino. C’è sempre un buon motivo per festeggiare, un ricordo da portare a galla, una confidenza che va celebrata. Mentre brindiamo, vengo nuovamente distratta, i miei occhi si soffermano sulla porta d’ingresso.

Entra una signora di 60 anni, tacchi alti, un lungo abito verde che si intravede sotto il cappotto nero. Indossa orecchini color smeraldo, la sua andatura è sicura, sorride leggera, è un sorriso pieno. È come se il suo viso si voglia ridurre solamente a questo. Tutto bocca e sorriso. Percorre con rapido sguardo i clienti e poi la vede. Si dirige verso la ragazza del libro, la raggiunge al tavolo, si abbracciano. Si guardano con una complicità che le estrania da tutto, paiono isolate in un’intimità che mi attraversa.

– E’ più giovane. Anche voi eravate così

– Lo hai pensato anche tu? Non guarirò, non imparerò mai a guardare con occhi imparziali una madre e una figlia

– Imparerai, hai già imparato

– Le sta mostrando quel libro, magari l’ha scritto lei e sua madre ne è tremendamente orgogliosa

– Oppure è un semplice libro e glielo sta consigliando

– Magari è una guida della prossima vacanza che stanno programmando. Ci pensi, Tecla, una vacanza insieme.

II.

Ho voglia di rivedere Tecla.

Tra le cose che amo di più c’è il protrarsi di riti che si ripetono instancabili. Di meccanismi che non si inceppano mai.

Fino a ieri l’arrivo di oggi non mi spaventava. Se qualcuno oggi mi chiedesse cosa desidero sopra ogni cosa, risponderei “Un salto indietro, almeno 5 anni fa, così per sicurezza”.

Mi rivedo con Tecla. Stesso luogo, è il nostro appuntamento abituale, ma sarà diverso. Mi preparo lentamente, sento un misto di eccitazione e paura, rallento questo tempo, per suggellare il momento.

So che mi aspetta. So già di trovarla con la sua collana di perle e la camicetta di seta, seduta. Suono, anche se è solo un suono di avviso, salgo le scale ed entro in casa. La trovo lì, le braccia stanche appoggiate sulle gambe, pronta per quell’avvenimento serale. Inaspettato e indecifrabile.

– Dove mi porti? – chiede timidamente

– E’ una sorpresa – manifesto uno stentato entusiasmo, in realtà non so se essere felice

– Come ti sei truccata bene… – le sue parole mi accarezzano

Oggi la rivoglio indietro, come cinque anni prima. E mi sento brutale, la voglio come l’ho sempre avuta. Attenta e scomoda. Presente e ingombrante. Vestita bene e profumata. Odio quello spazio sempre più piccolo che occupa, vedere quei movimenti lenti, passi trattenuti. Odio i suoi silenzi, quel corpo che si accorcia e si irrigidisce, la mente che vola lontana, si arresta, fluttua incerta.

C’è una rabbia sorda che si fa strada. Sono sudata, annebbiata non so perché stia facendo tutto questo, la guardo, la vedo in balia di chi la prende e fa di lei ciò che vuole.

– Dove stiamo andando?

– In un posto bello, a goderci la vita, come dicevi sempre tu, ricordi mamma?

– Non risponde, sorride e guarda la strada.

Percorriamo Via Cavalli, sullo sfondo il grattacielo San Paolo mi appare meno grossolano, il chiarore della sera ha il potere di smorzare gli eccessi. Le luci del grattacielo sono ipnotiche, rapiscono i miei occhi, mi ricordano che si può anche procedere a intermittenza, perché no, accesi e poi spenti, vivi, per un attimo morti, poi nuovamente vivi. Mentre guido la osservo, guarda dal finestrino, attenta, quasi a registrare una realtà che non le appartiene più.

– C’è una persona che ci aspetta, sarai contenta di vederla

– Sì mi sono sempre piaciuti i posti belli, le tovaglie di lino, le posate d’argento, che sciocca…”

Mi illudo che sia lei, potrebbe essere una sua frase, uno di quei pensieri frivoli che la facevano sentire una signora.

– Siamo arrivate, è un po’ più tardi del solito, ma non credo sarà un problema – cerco di distrarmi pronunciando parole vuote

– Aiutami a scendere dalla macchina e poi dimmi se sono pettinata – si preoccupa di come possano vederla

– Non abbiamo fretta, Fai con calma. I tuoi capelli sono perfetti. Sei bella – lo dico e lo penso, l’ho sempre pensato.

Sono le otto di sera. Il locale è tranquillo, la musica lieve, si sentono le note di I will always love youTecla è lì. Ci guarda da lontano e sorride, è un sorriso sottile.

Mentre lei è troppo impegnata a camminare, un passo dietro l’altro a fatica. Il bastone la sorregge a stento, si appoggia completamente a me, mi stringe, a un certo punto mi sussurra

– Hai ragione, è proprio un bel posto

– Ti ricordi di Tecla, vero?

Non risponde. Ci accomodiamo.

Finalmente la guarda, la saluta, le chiede come sta. Non so se la riconosca, non ha più importanza, la accarezza dolcemente sul viso.

– E adesso cosa facciamo? – mi chiede con tono quasi eccitato

– Beviamo qualcosa, siamo uscite, è un giorno da ricordare questo. Cosa desideri? – sento quasi scivolare via la stanchezza di questi ultimi cinque anni

– Quello che prendete voi – dichiara sicura

– Fai bene, noi qui siamo di casa

Sento i lineamenti del mio viso scomposti, galleggio tra ricordi buoni e lavati dal pianto. Avevo bisogno di un’occasione come questa per guardare le cose che si sono rotte. Per vedere che si può andare avanti così, anche se i meccanismi si sono inceppati. Va bene avere paura e lasciarla scorrere nelle vene, ribellarsi e mettere in scena un gioco dal sapore amaro, sentire il vuoto, il caldo, il sudore e poi il freddo, fermarsi davanti a quell’immagine di noi tre sedute a un tavolino, in un’immobile bellezza, sospese in un giovedì qualunque di una serata invernale. Ormai non c’è più quasi nessuno.

Un cameriere si avvicina.

– Cosa posso portarvi? Gradite la lista dei vini?

– Si grazie, la lista

La leggiamo in silenzio. Conosciamo quella lista, è la stessa di sempre. Scorriamo velocemente la pagina dei vini piemontesi, quelli toscani, un’occhiata alle più rinominate marche di champagne, ma Tecla si sofferma su una pagina, che probabilmente abbiamo sempre ignorato. Legge e pronuncia ad alta voce.

La Quadratura del Cerchio,

Morsi di Luce,

Memoria,

Elegia,

Sereno e Nuvole

Apice di un Dolce amore.

Nessuno ha dubbi.

– Ci porti l’ultimo.

9 thoughts on “Cinque anni fa.

    1. Grazie Alessandra! E’ un racconto che mi è molto caro, anche se so essere “debole” su diversi punti a livello narrativo…ma sentivo comunque il bisogno di condividerlo. Un abbraccio

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