I giorni dell’attesa

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Sono passati i giorni dell’attesa. Attesa di una partenza. Lunghi, faticosi, di sospensione. Sono stati giorni specchio, uno specchio buffo di una me molesta che ben conosco, che talvolta patisco, che mi fa anche ridere, con la quale devo convivere e purtroppo non solo io!

Giorni di mamma alla quintessenza, pieni di raccomandazioni, richiami educativi, liste onnicomprensive per valigie esaustive, ripassi di regole del buon comportamento da nipoti modello, cugini simpatici, bambini aperti ad ogni esperienza, ma purtuttavia “con saggezza ed equilibrio” (e qui cito testualmente lo slogan tormentone della mia mamma, che evidentemente qualche segno l’ha lasciato!)

Giorni di pensieri ipercinetici, in parte e per fortuna solitariamente abbandonati nella mia testa, in altri casi usciti allo sbaraglio e immediatamente colti da piccola donna e nano da giardino.

Perché questa partenza è un po’ vissuta come un banco di prova. Ma non so esattamente di cosa. Di autonomia, libertà, indipendenza, educazione e rispetto? La pesantezza è di casa in questi giorni.

Forse è il banco di prova della mia “reputazione”, perché anche se sappiamo che non deve essere, i nostri figli li sentiamo come la proiezione del nostro io e le aspettative sono sempre alte, troppo. Soprattutto quando non sono nel nostro raggio di azione, nel nostro campo di intervento, a portata di carezza e anche di schiaffone.

E così sbagliamo e lo sappiamo, ma è più forte di noi, perseveriamo diabolicamente. Sappiamo che il rischio è di crescerli a nostra immagine e somiglianza, perché in fondo in fondo crediamo di non essere venuti su così male. Sappiamo che siamo a rischio di pronuncia di una serie di frasi idiote che ben riconosciamo come tali, eppure spuntano.

Ed eccole qui tutte in fila, che prendono vita. Scontate e riduttive. Sono una peggio dell’altra.

…e se mangeranno male, non composti intendo. Troppo poco? (impossibile!) Troppo? (altamente probabile!) Ingrasseranno? (E che male c’è!)

…e se non saranno gentili (ma di solito lo sono!), ma magari non proprio come gli altri si aspettano, se non saranno sorridenti, entusiasti, appassionati e contenti? Avranno pur diritto anche loro ogni tanto di essere stanchi, magari malinconici e silenziosi. Si però, speriamo che accada poco.

E se prenderanno troppo sole? (mai come il solleone che hanno preso in questi anni) O se faranno troppi bagni? (e allora?) Poi rischiano di ammalarsi, fortuna che ho lasciato la tachipirina. No a pensarci bene anche il Nurofen, il Bentelan e l’antistaminico, che non so neanche a cosa serve, ma comunque può tornare utile.

E se piccola donna starà sempre attaccata al cellulare? (è sicuro, meglio mettersi il cuore in pace!)

E se nano da giardino stordirà tutti a suon di batteria, improvvisata su ogni genere di superficie, provocando continue emissioni di rumori? (anche qui meglio mettersi il cuore in pace, del resto ha la musica nel sangue!)

E se faranno troppo tardi la sera, dormiranno troppo poco, diventando irritabili e nervosi? E se sentiranno la nostalgia, e se hanno dimenticato Pallino e Pingu, e se alla sera non riusciranno ad addormentarsi?

Le domande possono andare avanti all’infinito in un crescendo di timori e banalità. Ma non è il caso. Voi in ben più di un’occasione avete dimostrato di essere più grandi e solidi di me. E’ giunto il momento che lo sia anche io.

Allora buona vacanza amori miei, l’attesa di questa partenza non c’è più, siete volati ed io ho smesso, almeno momentaneamente, di essere importuna, apprensiva, allarmista. Buon viaggio come recita la vostra canzone dell’estate che cantate insieme a squarciagola con quelle vocine che scaldano orecchie e cuore….

Che sia un’andata o un ritorno

Che sia una vita o solo un giorno

Che sia per sempre o un secondo

L’incanto sarà godersi un po’ la strada….

Ecco appunto, l’incanto sarà godersi un po’ la strada. Ognuno la propria.

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15 thoughts on “I giorni dell’attesa

  1. La frase finale racchiude tutto il senso di essere un genitore, alla fine i nostri figli dovranno andare per la loro strada e noi continuare sulla nostra, e questa è una gran bella prova per tutti. Ma così è la vita ed è giusto che accada. Un abbraccio

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    1. È così cara e per raggiungere quell’incanto di strada “da soli” ci vogliono fatica, energie, gioia, dedizione, passione…e via andare!
      Sì il senso è racchiuso in quel finale!

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  2. I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
    Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
    Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
    Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
    Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perchè la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
    Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perchè la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
    Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
    L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
    Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.
    Kahlil Gibran (Gibran Khalil Gibran)
    Mi auguro che questi splendidi versi di Gibran siano un commento gradito al tuo post…

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  3. Com’è difficile lasciarli andare e rinunciare ad un pezzo della propria anima…
    Mai prima di essere madre avrei pensato a quante esplosioni del cuore sarei sopravvissuta, sempre con intensità struggente. Mai avrei pensato che il mio tanto vantato equilibrio si sarebbe sgretolato come un castello di sabbia a mezzogiorno, e mai avrei pensato che esistesse un’emozione così forte come quella che provo ad ogni suo abbraccio.

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    1. E’ proprio così mia cara Letta. E il vantato equilibrio si sgretola, vero!!!! E le emozioni degli abbracci indescrivibili…..cmq tu per me rimani sempre super strutturata e equilibrata!!! 🙂

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